Le basi dell'educazione civica

Bruno E. G. Fuoco

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Alle radici della questione morale


L'educazione civica si pone come obiettivo l’educazione dell’individuo quale cittadino per una consapevole e corretta partecipazione alla dimensione civile e sociale.

Tradizionalmente, si afferma che l’individuo al fine di collaborare positivamente allo sviluppo della società di cui egli è partecipe, ha una serie di doveri, dei quali deve essere consapevole, verso gli altri:
- rispettare le leggi giuridiche in generale;
- rispettare la Costituzione;
- essere animato da doveri di solidarietà verso gli altri;
- rispettare l’ambiente esterno e le risorse naturali.

Oggi, semplici cittadini ed esperti constatano che, da un lato le regole giuridiche da rispettare, in tutti i settori della vita quotidiana, sono molteplici e in continuo aumento, e dall’altro, il tasso di mancato rispetto delle norme è notevole.

Talora, al fine di ridurre l’area dei cattivi comportamenti, il legislatore adotta ulteriori regole, come se la radice di tale fenomeno risieda nella insufficienza delle regole stesse. Tuttavia, nonostante il proliferare delle norme, la dinamica umana non muta. Essa si è mostrata insensibile, parimenti, nel corso degli anni anche ai progressi della tecnica.

Una cultura fondata sulle regole formali e sulle conoscenze intellettuali sta mostrando vistose lacune e non pare in grado di orientare il nostro percorso di vita. Si trascura di considerare che le scelte in generale compiute dall’uomo e, in particolare, anche quelle di rispettare, effettivamente, un precetto etico o giuridico, non derivano solo da fattori intellettuali, ma anche da ciò che veramente l’uomo desidera. Ciò che l’uomo desidera nella propria sfera interiore e che spesso non è esternato pubblicamente, condiziona fortemente i comportamenti concreti e può far compiere scelte elusive delle regole. Talvolta, noi stessi amiamo, per apparente convenienza, non prendere atto di queste nostre realtà interiori.

L’esperienza ci dice che non è sufficiente conoscere con l’intelletto un valore per operare in modo conforme ad esso. Questo dato lapalissiano circa l’influenza cruciale del mondo interiore è, però, trascurato nella formazione culturale. La cultura ufficiale sul piano formativo dà scarso peso alla sfera interiore e a come avvengono i processi di scelta nell’individuo.

A fronte di questa grande disattenzione, però, vasti settori della vita economica e sociale studiano, in modo approfondito, il mondo interiore al fine di condizionare l’uomo verso comportamenti predeterminati. Sono studiati i colori, i messaggi scritti, i suoni, le immagini, le comunicazioni sub-liminali per toccare le pulsioni profonde da cui possono scaturire atti automatici di acquisto di beni e di consenso pre – confezionati su varie materie della vita sociale.

Vi è, dunque, una situazione paradossale: lo studio del mondo interiore, trascurato in sede educativa e cioè in funzione della consapevolezza dell’individuo, risulta, invece, molto praticato al fine di riuscire a condizionare il singolo fin dalla prima infanzia, come dimostrano i numerosi studi sugli effetti della pubblicità avente come destinatari i bambini quali acquirenti di beni. Il mondo interiore è studiato, quindi, da esperti solo per condizionare le manifestazioni di consenso dell’uomo. Questo bagaglio di conoscenze non è al servizio della singola persona o del cittadino, affinché possa diventare consapevole del proprio mondo interiore e possa assumere comportamenti coerenti con i valori liberamente scelti.

Che vi sia un bisogno formativo in quest’ambito lo si evince dalle numerosissime tipologie di corsi e seminari, presenti nel mercato, rivolti agli adulti e al personale delle aziende per lo sviluppo del proprio potenziale, ivi compreso, per il controllo della propria sfera mentale ed emotiva. Peraltro, da molti decenni, la scienza medica e psicologica ha iniziato a studiare l’impatto del mondo interiore cioè delle cosiddette energie interiori sulla salute psico – fisica, con risultati acquisiti anche nella cultura popolare. Da qualche anno, poi, anche alcuni pedagogisti propongono di inserire, in sede di formazione scolastica, un’ educazione al sentimento e al pensiero, in quanto il “territorio interno”, cioè la vita interiore non può più essere patrimonio delle confessioni religiose o delle speculazioni accademiche.

Si avverte il bisogno di una “cultura” che aiuti a conoscersi, a migliorarsi e non a istruire la mente, come se fosse un magazzino da riempire con una serie di informazioni tecniche.

Il prof. Michael Walzer - Institute for Advanced Study School of Social Science – University Princeton, ha osservato, nel corso di un seminario tenutosi in Italia, in tema di etica:”Che cosa insegnano i professori di tanto vitale perché ogni studente lo debba studiare? Evidentemente, i docenti non concordano sulla risposta da dare a questa domanda, ma c'è un punto di vista che mi pare valga la pena difendere, ossia l'affermazione che gli studenti debbano studiare la filosofia morale e politica e concentrarsi sui problemi delle scelte morali nella vita politica e professionale” (Si può insegnare la morale?- 23 ottobre 2008- Asti).
Lo stesso Walzer propone anche che le virtù morali richieste dalla cittadinanza democratica e i diritti e gli obblighi che questa comporta, dovrebbero figurare nei piani di studio delle università (ma anche della scuola in genere), pur nella consapevolezza che ciò provocherebbe conflitti, stante la natura non neutrale dei valori morali.

A ben vedere, riflettere sul processo della scelta costituirebbe già un passo in avanti rispetto alla situazione presente, fermo restando che, evidentemente, l’educazione interiore dovrebbe lasciare libero ciascuno di compiere le proprie scelte nei confini del giuridicamente lecito. Se riuscissimo a vivere realmente i valori etici neutrali quali, ad esempio, quelli incorporati nella Costituzione, avremmo ottenuto, comunque, una grande conquista per la nostra società. Oppure, pensiamo quanto ai valori etici neutrali, all’art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Tuttavia, al fine di arrivare a questo stato di coscienza e di azione, vi è un problema preliminare da affrontare: ciascuno deve essere consapevole di possedere potenzialità interiori per compiere le proprie scelte, governare i propri pensieri e sentimenti, senza subire processi di dipendenza di sorta.
Ciascuno dovrebbe essere attrezzato per governare il proprio mondo interiore al fine di gestire e non subire gli innumerevoli input che provengono in quantità massiccia dalla realtà esterna.

Nel passato vi era un interesse diffuso affinché l’uomo fosse abile, soprattutto, nell’impiegare le braccia, il corpo fisico. Oggi, nonostante la notevole evoluzione sociale, permane lo stesso interesse di fondo: l’uomo deve acquisire un bagaglio di nozioni per svolgere al meglio le funzioni lavorative ed economiche. Oggi come allora, non vi è un interesse generale affinché l’uomo diventi un soggetto attivo nel mondo interiore. Oggi, come allora, il mondo interiore della moltitudine deve risuonare solo in base agli input desiderati e selezionati da pochi o dal mercato.

Abbiamo forse superato lo stadio di alfabetizzazione di massa, ma la schiavitù permane: lo stadio imminente, noi ci auguriamo, possa essere quello della consapevolezza interiore, senza la quale non potrà esservi, a nostro avviso, un mondo stabilmente migliore.

Il cambiamento, ricorda E. Laszlo, “non dipende dalla tecnologia, poiché la tecnologia è solo uno strumento … ma il problema chiave è se vogliamo cambiare veramente il nostro comportamento, sia come economia sia come società e cultura: qui è necessario un cambiamento culturale. Dobbiamo dunque cambiare la nostra coscienza, perché quando cambia la nostra visione cambiano i valori ed i comportamenti. La visione preponderante oggi è quella della separazione uno dall’altro: si può separare tutto, possiamo usufruire dell’ambiente come più ci piace, è una visione meccanicistica, materialistica che non è più supportata dalla scienza, ma è sempre dominante nell’economia e nella politica ed in tante parti della società civile è ancora un valore accettato e condiviso. Questo deve cambiare, oggi è importante avere una visione più vasta che vede noi stessi come elementi di un processo più grande, di un processo co-evolutivo. Questo cambiamento è necessario e io penso sarà decisivo nei prossimi anni. Oggi è essenziale il ruolo dell’educazione e della scuola perché la società capisca l’importanza di questo cambiamento”( E. Laszlo, Intervento al Convegno: “La rete della Vita - verso una visione integrata della realtà”, 27 novembre 2009, Iseo).

Al momento, questo bisogno formativo non pare essere intercettato dagli organismi politici che rappresentano la collettività, ma non pare, nemmeno, che i molteplici movimenti spirituali, sensibili alle tematiche della vita interiore, abbiano deciso di far sentire “una voce unitaria” su questo aspetto fondamentale dello sviluppo umano.

Per focalizzare la rilevanza e l’autenticità del mondo interiore, proviamo a immaginare per un momento, che i pensieri e i sentimenti abbiano forme e colori, talora belli e talora brutti, a seconda della qualità interiore posseduta, cioè delle informazioni veicolate.

Ad esempio, l’ingordigia, la bramosia, la cattiveria, l’avarizia, la menzogna potrebbero avere forme e colori grossolani o mostruosi. Peraltro, talvolta anche l’espressione facciale costruita a mo’ di scherno o per ragioni sceniche, offre indicazioni in tal senso. La dolcezza, la bontà, l’equità, potrebbero, invece, avere forme e colori delicati e belli.

Immaginiamo ora cosa accadrebbe se diventassero visibili, improvvisamente, questi mondi interiori, con i relativi pensieri, moventi e sentimenti.

Per alcuni uomini che hanno ottenuto posizioni importanti nella vita sociale, politica, religiosa ed economica, potrebbe risultare drammatica la rappresentazione visiva offerta alla collettività. Tutti comprenderebbero, subito, perché, nonostante le parole pronunciate e i propositi annunciati, alcune di queste persone non si sono mai adoperate per il “bene” declamato.

D’altronde, dobbiamo convenire con umiltà che per molti noi, forse, potrebbe essere imbarazzante la visione pubblica della nostra vita interiore. Gli altri, osservandoci, comprenderebbero, subito, perché, malgrado i nostri propositi pacifisti, non siamo, in realtà, portatori di pace e giustizia, perché albergano in noi rancori di varia natura.

Per i più meritevoli, la visione della vita interiore potrebbe essere, invece, molto bella, simile ad una sorta di microcosmo armonioso, colorato, musicale e profumato come le rose bulgare!

Se fossero visibili i nostri mondi interiori, probabilmente, la vita sociale sarebbe organizzata secondo i valori, realmente, posseduti dalle singole persone e sarebbe più facile anche capire come aiutare le persone che versano in difficoltà.

Se vedessimo, ad esempio, il mondo interiore di coloro che nella società s’impongono con ogni mezzo, forse, scopriremmo degli esseri soggiogati malgrado, in apparenza, ostentino benessere e soddisfazione. Proprio a questi ultimi, forse, potrebbe ben attagliarsi quanto scriveva Spinoza sulla libertà: “Tale è questa libertà umana, che tutti si vantano di possedere, che in effetti consiste soltanto in questo: che gli uomini sono coscienti delle loro passioni e appetiti e invece non conoscono le cause che li determinano” (Ethica, V, 3).

Se fossero visibili i nostri mondi interiori, tutti saremmo indotti a cambiare in meglio!

[...]

Nel territorio interiore opera, come tutti noi possiamo constatare, non solo l’intelletto, ma anche il desiderio. Se entrambi non sono in sincronia sullo stesso oggetto, il comportamento non potrà essere autentico e coerente.
Nessuno dichiara pubblicamente:
- «devo provocare una guerra per vendere armi»;
- «devo riversare nel mare e nei fiumi vari veleni perché devo risparmiare i costi di smaltimento»;
- «devo alterare il cibo per vendere più prodotti»;
- «devo offrire dei soldi per ottenere un appalto»;
- «devo scrivere un articolo diffamatorio»;
- «devo impedire l’uso dell’energia solare»;
- «devo impedire la divulgazione di una scoperta, in quanto danneggerebbe la mia azienda»;
- «voglio ottenere posti di comando ed emarginare tutte le persone che possono oscurare le mie aspirazioni»;
- «devo mantenere molto bassa la qualità informativa dei programmi televisivi»;
- «devo rendere i programmi educativi privi di contenuto reale».

Nessuno lo dice, eppure taluni lo fanno, in tutti gli ambienti (lavorativi, politici, religiosi, sportivi…) come si può evincere dalla cronaca quotidiana e dalla storia umana.
Proprio in questo territorio interiore attecchiscono i desideri di possesso e di consumo smisurati impeditivi di una più equa distribuzione delle risorse della Natura.
Da questo territorio interiore traggono linfa i comportamenti di adesione o di aggiramento delle leggi scritte e non scritte, il bisogno di violare o di rispettare i doveri civici di cittadinanza in senso lato.

Ma, se quanto appena detto corrisponde alla realtà dei fatti, perché questo territorio non dovrebbe essere conosciuto?

Educare l’uomo alla conoscenza del mondo interiore dovrebbe essere il fondamento di una sana educazione civica la quale, a nostro avviso, non può prescindere dalla conoscenza di come si formano le scelte interiori in quanto queste condizionano, inevitabilmente, la nostra condotta esteriore. La cultura, quindi, dovrebbe preparare il cittadino fin da piccolo a essere consapevole forgiatore della propria vita interiore, piuttosto che un soggetto passivo rispetto ai modelli di pensieri e sentimenti costruiti da altri.

Certo, si comprende la ritrosia di una certa cultura a dare spazio anche solo concettuale alla sfera interiore, stante l’abitudine a ritenere la stessa come una zona franca, inconfessabile. Dare valore allo spazio interiore ci costringerebbe a prendere coscienza di come effettivamente siamo, senza lasciare spazio alle illusioni e ciò può risultare per noi doloroso, nel breve termine.
Il fatto di dare valore allo spazio interiore si scontra anche con un’altra serie di pregiudizi radicatisi rispetto alla nostra esperienza passata, quando l’educazione interiore voleva dire, in taluni casi, dover compiere una delega in bianco a qualcuno che riteneva di avere il diritto di ingerirsi nelle vite interiori altrui, o di imporre una vita interiore piuttosto che un’altra.

A nostro avviso, l’educazione interiore dovrebbe limitarsi allo studio e all’osservazione del mondo interiore in generale, per verificare i nessi tra ciò che pensiamo e sentiamo e il nostro benessere e la realtà. I progressi scientifici, peraltro, sono notevoli in questo campo. Poi, al singolo compete osservarsi, verificare l’esistenza di questi nessi e scegliere i propri valori e continuare a sperimentare, se vuole. Esistono in tutte le tradizioni, le fonti recanti regole etiche alle quali ciascuno può attingere liberamente.

Come è stato osservato: non importa che si sia credenti o atei, quel che importa è che ci s’impegni per giungere a un livello di equilibrio indispensabile per poter studiare, applicarsi sui campi d’interesse umano, investigare e analizzare la realtà, altrimenti anche i processi cognitivi risulteranno disturbati (Dalai Lama, conferenza a Washington, 8 novembre 1998).

Evidentemente, nel nostro ragionamento, si prescinde dal richiamo palese o surrettizio a specifiche dottrine, religiose o metafisiche. I valori etici cui riferirsi possono essere anche quelli contenuti nelle Costituzioni.

Autorevoli scienziati, non a caso, promuovono il valore della consapevolezza individuale quale risorsa per il cambiamento, distinguendo, correttamente, la spiritualità dalla religiosità: “In effetti si registra una crescita di attenzione verso la spiritualità, non la religiosità, quanto proprio la spiritualità, il che è diverso. Ogni religione è dottrinale, il fedele deve seguire gli insegnamenti della propria chiesa. La spiritualità invece è sviluppo interiore, nella sua essenza. Il buon religioso è profondamente spirituale, ma non tutti sono buoni religiosi. La religiosità può esistere senza spiritualità e la spiritualità può esistere senza religiosità. In ogni caso, la vera spiritualità è oggi più potente, cresce tra la gente inducendo molti a cercare dentro se stessi, a capire il proprio compito in questo mondo in cambiamento” (Erwin Laszlo).

Un esempio concreto in tema di etica pubblica può chiarire il nostro ragionamento. Premettiamo che per i giuristi l’espressione “etica pubblica” individua l’agire da parte di ogni pubblico funzionario con onore, imparzialità nei confronti del pubblico, al servizio esclusivo della Nazione, cioè della collettività.

Il fatto che questi principi di etica siano contenuti negli articoli 54, 97 e 98 della Costituzione e che vi sia un apparato giurisdizionale ad hoc per applicare le sanzioni a chi viola questi precetti, non vuol dire che automaticamente sia stato posto fine ad uno stile di vita elusivo dei principi di imparzialità e trasparenza (La classifica sulla trasparenza redatta nel 2010 da Transparency International sulla base dell’indice di percezione della corruzione, pone l’Italia in una posizione molto critica, al 67° posto). Infatti, è diffusa oggi la convinzione che le regole formali sono una cosa e i comportamenti concreti un’altra cosa. Questa dicotomia accettata come normale, investe anche questioni molto rilevanti della vita collettiva. Pensiamo al rispetto dei diritti umani e delle risorse naturali, alla sicurezza alimentare, alla tratta degli esseri umani, etc.

A ben vedere, la causa di queste condotte non risiede in una ipotetica lacuna o difettosità delle regole, ma palesemente nel fatto che il mondo interiore delle persone “inadempienti” non è in sintonia con determinati valori. Il problema non si annida nella difettosità dei valori etici recepiti nei principi costituzionali e nelle conseguenti regole giuridiche statali o internazionali.

Chi coltiva nell’ombra, nella propria sfera interiore, quelli che per noi tutti sono disvalori, sarà nella vita quotidiana attratto da questi e, al di là dei propositi pubblicamente dichiarati, tenderà a fare ciò che veramente desidera.

La forza di attrazione esercitata da questi desideri supera, spesso, anche gli eventuali buoni propositi. Le persone dominate da desideri egocentrici (denaro, potere …), infatti, fanno di tutto per alterare le regole, ritenendo ciò normale, in quanto l’essenziale è non essere scoperti. Non è importante rispettare, nella sostanza, le regole di giustizia, poiché l’ingiustizia subita dagli altri non è percepita. Essa è irrilevante. Così, come l’imprenditore non percepisce l’inquinamento delle risorse naturali provocato per ragioni di profitto economico. L’Io percepisce quale interesse sensibile, esclusivamente, quello connesso agli smisurati desideri del proprio ego.

Con questo non vogliamo esprimere valutazioni moralistiche. Tutti o quasi tutti, occorre riconoscerlo con umiltà, potremmo essere coinvolti, in misura minore o maggiore, da problematiche etiche. Vogliamo al contrario evidenziare, in un’ottica costruttiva, che non è facile sincronizzare valori interiori ed esteriori e che l’adesione alla legge e ai precetti in generale, non appartiene alla sola sfera intellettuale, ma all’uomo nella sua interezza e, quindi, anche alla sfera dei suoi sentimenti, dei suoi desideri. La qualità del mondo interiore è, pertanto, la migliore garanzia del rispetto delle leggi, è la migliore cura per invertire la nostra direzione di marcia.

Per quanto detto, amare i Valori e farli amare, ove possibile, con il proprio esempio, sono il migliore antidoto per cambiare la qualità della vita sociale. Amare i valori etici fin da piccoli, in particolare, è un’ottimale protezione avverso le ambiguità comportamentali che attanagliano, spesso, il mondo degli adulti. A tal fine, appare pregiudiziale restituire un ruolo fondamentale alla consapevolezza interiore e ad una cultura psichica appropriata. Come scrive E. Morin, “L’auto – esame è una esigenza primaria della cultura psichica; dovrebbe essere insegnato fin dalle prime classi per diventare una pratica abituale come la cultura fisica“.

Peraltro, non siamo qui interessati a esaminare le ragioni che possono indurre l’uomo ad optare per il disvalore, se si tratti di ignoranza del bene, come affermava Platone o di acrasia, cioè carenza di volontà, come sosteneva Aristotele.

Il nostro convincimento è che, comunque, ciascuno dovrebbe avere un’educazione minimale delle funzioni interiori per esercitare la propria libertà. […] pensiamo che la problematica dell’educazione civica debba essere esaminata anche in una prospettiva complementare a quella tradizionale. È importante conoscere il nostro territorio esterno (diritto, economia, società, ambiente…), ma anche quello interno, perché la consapevolezza del proprio mondo interiore è la premessa di un effettivo rispetto delle regole concernenti la convivenza, il pactum societatis e fraternitatis che lega tutti noi. Come ricorda Gustavo Zagrebelsky (Principi e voti, Einaudi, 2005) una delle principali funzioni della Costituzione consiste nel fissare i presupposti della convivenza fra tutti, cioè i principi sostanziali della vita comune e le regole di esercizio del potere pubblico accettati da tutti, posti perciò al di fuori, anzi, al di sopra della contesa politica: “Per riprendere antiche e venerabili concezioni, si può dire che la Costituzione fissa innanzitutto il “pactum societatis”, con il quale ci si accorda sulle condizioni dello stare insieme, in quel reciproco rispetto che protegge dal conflitto estremo, cioè dalla guerra civile. Sulla base di questo primo accordo, può essere stipulato un per lo più implicito “pactum subiectionis” con il quale ci si ripromette reciprocamente di ubbidire, di assoggettarsi, alle decisioni del governo legittimo, cioè, in una democrazia, al potere della maggioranza che agisce secondo le regole e nel rispetto dei principi contenuti nel “pactum societatis”.

L’educazione civica ha detto il citato autore non “ha mai preteso di essere molto di più che un’informazione sommaria sulle istituzioni mentre, dove ha tentato di andare oltre, in appoggio della democrazia, è stata più un’apologetica e una propaganda che non una pedagogia … sembra essere venuta meno l’esigenza di insegnarne lo spirito … Ogni società ha un modo di governarsi cui corrisponde un suo ethos particolare che deve informare lo spirito degli individui che governano e che sono governati ... La domanda è … se si possa insegnare non che cosa è la democrazia ma ad essere democratici, cioè ad assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica. Più in generale e in breve, si tratta di sapere se gli ideali, le virtù, e in particolare la virtù politica, si possano insegnare oppure no”.

A nostro avviso, è possibile, anzi, è doveroso insegnarne, almeno, i presupposti che ne rendano fattibile l’apprendimento: cioè occorre, dapprima, porre in risalto la conoscenza del mondo interiore la quale è idonea a produrre, tendenzialmente e progressivamente, quale conseguenza naturale, una condotta esteriore sempre più coerente e conforme ai valori scelti.

È nostro convincimento che la consapevolezza interiore possa indurci, naturalmente, verso le espressioni più elevate della nostra natura, riducendo progressivamente i desideri di oppressione, offesa e aggressività: “Una delle cose fondamentali di cui sono convinto è che la natura umana sostanzialmente sia incline alla compassione e all'affetto. La fondamentale natura umana è gentile, non è aggressiva né violenta … tutti gli esseri umani condividono la natura divina. Aggiungerei inoltre che quando esaminiamo il rapporto fra la mente, o coscienza, e il corpo, ci accorgiamo di come gli atteggiamenti, le attitudini e gli stati mentali positivi, come la compassione, la tolleranza e il perdono, sono strettamente collegati con la salute e il benessere fisico e accrescono il benessere, mentre gli atteggiamenti e i sentimenti negativi, l'ira, l'odio, gli stati di grande turbamento mentale, minano la salute. Si potrebbe affermare che questo nesso dimostra come la nostra fondamentale natura umana sia sostanzialmente incline ad atteggiamenti e a sentimenti positivi” (Dalai Lama, Una lettura buddista del Vangelo, Mondadori, 1996, pag. 14. Cfr. su questo tema O. M. Aïvanhov, Natura umana e Natura divina, Prosveta).

Se aderiamo a questa prospettiva, appare logico ritenere che i giovani al fine di compiere liberamente le loro scelte, siano resi consapevoli ex ante degli strumenti interiori che possiedono per affrontare la vita e possano essere liberi di sperimentare, osservando se stessi e gli altri, il raggio di azione ed interazione della vita interiore propria e altrui.

La libera scelta è alla base di qualsiasi etica in quanto le norme morali, non giuridiche, non possono essere imposte, né adoperate quale metro per collocarsi su una torre d’avorio di superiorità morale nei confronti degli altri.

Forse potremmo dire tutti insieme, un giorno, che “comportarsi Bene” conviene, anche perché genera in noi il Gusto e il Sapore della Vita, perché siamo in sintonia con Lei, con i Suoi progetti altruistici.

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